ripensare Bateson’s Weblog

a partire dal pensiero di Gregory Bateson

Bateson, Girard e il sacro

Pubblicato da ripensarebateson su 30 Giugno 2008

Il punto sollevato da Marco Banciardi nel suo post, commentando il nesso sacro/violenza in uno scritto di Bateson, è importante: “è precisamente il parlare che rende le cose difficili (quando parliamo del contesto in cui siamo impegnati…)”, scrive. Quando “qualcosa non va”, nelle nostre relazioni, ci viene di parlarne, e parlandone rischiamo però sempre di peggiorare le cose: di “fare violenza”, sostiene Bateson, all’unità interconnessa del mondo di cui siamo parte: al sacro, dunque, che per Bateson intrattiene un rapporto intimo con lo stare bene.
Il punto è importante perché a mio avviso tocca una questione controversa, nel pensiero batesoniano. E cioè l’idea, presente in più di una pagina di Bateson, che la violenza sia l’opposto – dualisticamente antagonista: aut aut – del sacro. Ne ho discusso già nel mio “La conoscenza ecologica” (Cortina, 2004, 3° capitolo). Ma qui vorrei sottolineare un punto che Bianciardi opportunamente solleva e che nel mio libro non avevo toccato: la violenza che facciamo per il solo fatto che parliamo – che parliamo, occorre ovviamente aggiungere, “in prosa”, ché per la parola magica o “totemica”, quella religiosa e quella poetica le cose stanno diversamente.
Bateson sembra pensare che il parlare in prosa venga dallo scientismo moderno. Ma questo non è che il rovesciamento speculare del racconto scientista (caro a molti scienziati naturali: fisici, chimici….), per il quale invece dal moderno parlare in prosa – e solo da questo – non può venire che buona salute. Io propendo a credere che invece (pensando peraltro ad altre pagine di Bateson) la modernità abbia istituito il mito del parlare in prosa, ma non il parlare in prosa in quanto tale, come modalità del parlare umano distinta dalle altre. Penso che il parlare in prosa sia nato vari secoli prima, il che è ovvio. Ma soprattutto penso che non sia nato dalla spinta a “dire la verità” – superando la superstizione e le spiegazioni soprannaturali – intorno a cose naturali (fisiche ecc.: come vorrebbe il corrente narcisismo scientista-naturalistico, incentrato sul culto di San Galileo). Penso che sia nato dal dolore. Dall’orrore per la violenza. E che dunque ci possa essere un circolo virtuoso tra il parlare e lo star bene.
Penso, in altre parole, che il parlare in prosa – e intendo, più esattamante: il parlare in prosa nella sua versione più radicale, quella che osa farsi domande, senza alcun tabù, su qualsiasi cosa, come lo stesso Bateson pensava dovesse fare  una religione “ecologica” in certe pagine di Dove gli angeli esitano, salvo coltivare l’umiltà delle risposte – che questo parlare in prosa, dunque, sia nato dall’esigenza di “gridare la verità”, contro la superstizione (e contro le semi-verità riservate alle cerchie degli scribi e dei potenti) intorno a cose sociali e umane, mica intorno cose naturali e fisiche. Credo, in breve, che sia nato dall’esigenza di “dire la verità” intorno all’ “ordinaria violenza” che gli uomini fanno a se stessi “fin dalla fondazione del mondo” (Girard). Dall’orrore per la normalità della violenza sulle vittime sacrificali che sono il cuore segreto – per millenni segretissimo: indicibile: purtroppo! – del sacro.
E’ solo discolpando la vittima innocente – con parole rigorosamente prosaiche: la colpevolezza va “dimostrata”, attraverso “ricerche”, “prove”, “confronti”… – dall’accusa di aver prodotto catastrofi naturali, che la natura può perdere via via l’alone magico e che la scienza naturale può nascere, giungendo anche alle raffinatezze dell’ecologia della mente.
E’ solo grazie alla sociologia, potremmo dire, che può nascere la fisica, e dispiegarsi fino a porre domande sull’enorme, “irrazionale” dissipazione che è necessaria per creare un minimo di ordine, per esempio. Sull’enorme, “irrazionale” quantità di pensiero che è stato necessario per dare una rosa. E sull’enorme, “irrazionale” tasso di distruttività e di insensatezza sul quale normalmente – e però, diversamente che per le galassie: inaccettabilmente – sorgono le nostre piccole, fragili isole di certezze, abitudini, sensatezze…
Questo mi collega più al Bateson della doppia descrizione, della lacerazione, del doppio registro nel quale egli stesso scrive (prosaico-evocativo), che a quello del sacro contrapposto nostalgicamente alla violenza, che parrebbe contrapporre dualisticamente la prosa e la poesia. E che lo conduce a esaltare la religione pitagorica, trascurandone la violenza (Ippaso di Metaponto, tra i migliori allievi di Pitagora, aveva divulgato il segreto dei numeri irrazionali, e venne cacciato, secondo la logica più scontata del capro espiatorio: e come nella teoria girardiana più elementare, i suoi correligionari gli innalzarono un monumento funebre perché fosse chiaro che per loro era morto: a farlo morire davvero ci pensò naturalmente un dio, anzi Giove in persona, che lo fece annegare in un naufragio: non era ancora nata, allora, la “prosa” che oggi consentirebbe di ricostruire la scena del crimine:  è pensar male, immaginare che i santissimi adepti della setta, con le migliori intenzioni e con le dovute liturgie, abbiano appeso una pietra al collo del capro, e l’abbiano gettato in mare? Ah, la bella perfezione perduta del pitagorismo, quanta violenza aveva subito dalle parole di Ippaso!).
La nostalgia del tempo perduto nel quale eravamo perfettamente “sani”, non possiamo più ignorarlo, è nostalgia del tempo perduto (perduto? siamo sicuri? e la violenza sulle donne, sui bambini, sui rom, sugli stranieri, ormai anche sui “cattivi” bulli….? e la violenza autosacrificale su noi stessi? e non estendo l’elenco all’intero globo) nel quale eravamo (e siamo) ciechi rispetto alla violenza ordinariamente inscritta nei nostri gesti, magicamente capace di creare ordini perfetti, totemicamente risonanti con l’a-morale aplomb della meravigliosa capacità auto-strutturante delle galassie e della selezione naturale…
La lacerazione abita il cuore dell’essere umano, nel bene come nel male, da quando conosce la propria violenza.
Hoelderlin ha scritto: Poeticamente abitiamo la terra”. Edgar Morin l’ha emendato così: “Prosaicamente e poeticamente abitiamo la terra”.

 

Sergio Manghi

3 Risposte a “Bateson, Girard e il sacro”

  1. yukai ebisuno detto

    Il linguaggio in ogni sua forma, sia pure quello della parola (non dientichiamo che esitono linguaggi visivi, musicali ecc.) appartiene, io credo, al sistema, non è qualcosa che si è scisso da esso. La “mela” della conoscenza è pur sempre un frutto dell’Eden. Il punto è che in quel mondo chiamato da Bateson e ancor prima da jung “creaturale”, è necessario un qualche tipo di flusso autocorrettivo, perchè la totale staticità appartiene al mondo del “pleroma”. Cos’è dunque il linguaggio parlato, se non una forma, molto complessa, di potenziali azioni equilibratrici?
    Il linguaggio, in ogni sua forma, permette la comunicazione, la comprensione e l’incomprensione(tanto necessaria a quel caos da cui nascono le novità, secondo Bateson), dando la possibilità ai comunicanti di mettere in moto e promuovere quel flusso che mantiene vivo il sistema. Chiaro è che, più il linguaggio è complesso ed ambiguo, maggiori sono le incompresioni e maggiore è la possibilità che la bilancia del sistema si squilibri, tendendo a deviare sempre più verso un estremo che, come l’ecologia ci insegna, non è mai buona cosa.
    La parola è un linguaggio molto complesso e facile da fraintendere e dunque richiede molta responsabilità. Prima tra tutte quella di conoscerlo ed essere consapevoli dei limiti e dei bug in esso contenuti e quindi la consapevolezza dei nostri stessi limiti e potenziali errori nell’esprimerci come nell’intendere la realtà. poi vi è la responsabilità di conoscere ed essere costantemente consapevoli delle potenzialità astrattive della parola, di cui la metafora e il paradosso sono forse l’espressione più interessante. Vi è la responsabilità di “sapere di non sapere” esprimere esattamente ciò che si vuole esprimere, saper dunque giocare accettando di sbagliare e di perdere, restando a cavallo tra conoscenza del linguaggio e inconsapevolezza nel suo uso. Giocare con le parole è forse l’atteggiamento, il modo di porsi di fronte al linguaggio verbale, che più si avvicina ad un uso ecologico e sacro di esso. La violenza, io credo, non sta nel linguaggio, come non sta nell’uomo, ma sta nell’ignoranza, nella cecità sistemica, nel “dire” senza saper dire, in altre parole, senza aver interiorizzato le regole del linguaggio.
    Io credo che gli animali siano ecologici anche perchè conoscono profondamente il linguaggio che utilizzano. è raro trovare un animale che comunichi con un suo simile in modo ambiguo (lasciamo perdere l’atto del gioco che dimostra, attraverso l’uso di quello che nel linguaggio parlato umano chiamiamo metafora, la comprensione profonda da parte dell’animale del linguaggio usato). Certo, il linguaggio animale è potenzialmente meno ambiguo e di certo meno complesso, ed è per questo che gli animali lo sanno usare così bene.
    L’essere umano invece ha dimenticato i linguaggi più semplici, “primitivi”, valutandoli meno adatti, tal volta incivili ecc. trovando nella parola e poi nella scrittura un linguaggio potentissimo e assolutamente evoluto. eppure questa potenzialità intrinseca del “verbo” non ha sviluppato in parallelo una conoscienza profonda di esso, dando vita ad un uso violento della parola.
    Attraverso la parola io credo invece che si possa, in fondo, parlare di tutto, anche del sacro, ma si dovrebbe essere così responsabili e consapevoli del “mezzo” linguistico, da saper magistralemente giocare con esso, entrando ed uscendo da quel sistema comunicativo con un’arte superba.
    Per questo io credo che Bateson apprezzasse tanto william Blake.
    In ogni caso questo è un mio parere che vorrebbe essere modesto così come Bateson intendeva. in ogni caso, in quanto espresso attraverso parole, discutibile, fraintendibile e potenzialmente anche violento. me ne scuso in anticipo

    yukai ebisuno

  2. ripensarebateson detto

    Non conosco bene il pensiero di René Girard (che trovo comunque di grande interesse e di grande impatto), pensiero che Sergio Manghi opportunamente introduce nel dibattito.

    In ‘Il capro espiatorio’ (Adelphi 1987) Girard scrive “La confusione tra l’animale e l’umano costituisce la più importante e spettacolare modalità del mostruoso mitologico” (p.83); e, dopo aver riferito il mito della donna-cane, bellissimo mito fondatore degli indiani Dogrib, afferma “Il merito di rendere stabile per sempre la differenza tra l’uomo e l’animale spetta proprio al capro espiatorio accusato in un primo momento di far oscillare la comunità tra l’uno e l’altro” (p. 86).
    La vittima sacrificale si pone quindi sullo spartiacque tra uomo e animale, e per questo è ‘vittima’ e capro espiatorio, e pur tuttavia instaura definitivamente questa distinzione, e per questo è dio.

    Quanto afferma Girard non può non far pensare al fatto che il passaggio dall’animalità all’umanità è precisamente lo strappo (violento e che fa violenza) della e nella unitarietà e integrità dell’ecologia cui partecipiamo.
    Questo strappo esilia per sempre l’uomo dall’innocenza dell’animale, ma, d’altra parte, inaugura l’arte e la poesia, il culto dei morti e la religione, fino alla ricerca del sacro come ricerca di un sentirci e saperci parte del tutto che ci comprende e da cui ci siamo (violentemente) distinti…

    Ora, mi chiederei: la violenza (all’integrità dell’ecologia del vivente) che è implicita nel pensarci ‘separati’ dai sistemi cui partecipiamo, che rapporto ha con la violenza della (sulla) vittima sacrificale ?
    L’una è un violare ‘epistemologico’ (è una delle premesse epistemologiche distorte di cui parla Bateson in ‘Patologie dell’epistemologia’); l’altra è una violenza molto concreta, agita, perseguita, sulla vittima sacrificale.
    L’una appare necessaria al ‘farsi uomo’ del cucciolo dell’uomo; l’altra appare necessaria al fondare la comunità umana.

    Spero che le riflessioni e i contributi di tutti possano illuminarci meglio (anche) su questo punto.

    marco bianciardi

  3. ripensarebateson detto

    ho letto il commento di Marco Bianciardi, che rilancia sul tema “violenza” delle domande cruciali. Credo che di violenza si parli tanto ma la si interroghi poco, credendo di sapere “ovviamente” di cosa parliamo, e sentendoci a priori dalla parte della soluzione più che del problema: anche facendoci confortare da Bateson.

    per ora vorrei solo dire che la “violenza (all’integrità dell’ecologia del vivente) che è implicita nel pensarci ‘separati’ dai sistemi cui partecipiamo” non la chiamerei violenza, se non metaforicamente, nel senso che non prevede qualcuno che fa violenza a qualcun altro (uomo, animale o anche vegetale) dall’interno di una relazione, per meta-significare la forma di quella relazione. E infatti opportunamente Marco parla di violenza “implicita”. E non dimenticherei che l’integrità dell’ecologia del vivente è gravida di atti violenti, soprattutto inter-specifici (la danza delle rlazioni viventi è creazione e distruzione, senza tanti complimenti, pietà, avvocati difensori, terapeuti…).

    Girardianamante, la condizione umana conosce due forme della violenza, che con Lorenz chiamerei aperta e ritualizzata. La prima termina solo con la morte di uno/a dei partecipanti. L’altra con un atto di sottomissione a un potere più grande: fino a Cristo garantito dalla vittima sacrificale (vera fonte del sacro), dopo Cristo (ultrasemplifico, ovviamente) chi lo sa… il concorso è aperto…

    La prima è deflagrante, la seconda è riordinante, diciamo omeopatica (ha creato la cultura, il senso). O meglio: era omeopatica! e adesso? adesso che Cristo ha smagato gli dèi violenti e ordinatori, quali nuovi giochi sacri dovremo inventare, come scriveva Nietzsche, ben sapendo che si tratta di un compito creativo vicino all’impossibile?

    Di “uomo” (e dunque anche di “cucciolo dell’uomo”) nel senso in cui ne parliamo usualmente possiamo parlare solo in chiave di uomo già-sacro, ab origine: è col sacrificio che nasce la cultura (l’ordine insieme sociale e simbolico, il potere…). Non c’è “uomo” prima del sacrificio. E scoprendo questo (via Vangelo, sempre semplificando un tantino) possiamo chiederci se c’è un altro modo per far società e far cultura, ma il concorso è davvero aperto, perché la ricerca del capro rimane la via più familiare e più battuta (anche a piazza Navona: Berlusconi, Napolitano, Ratzinger, Veltroni, alé… chi più ne ha più ne metta… pensa se ci fosse stato in visita Bush, in questi giorni, che manna…): solo che invece di sacrificarne uno ogni tanto, con tutti i crismi, per sentirci forti o semplicemente per combattere la depressione, ne facciamo fuori tanti, in continuazione (vedansi cronache: donne e bambini in primis), anche interiori, fino ad auto-deprimerci e impazzire…

    Sergio Manghi

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