ripensare Bateson’s Weblog

a partire dal pensiero di Gregory Bateson

L’estetica del sacro nelle relazioni tra uomini

Pubblicato da ripensarebateson su 24 Maggio 2008

            E’ possibile parlare di esperienza (o, più precisamente, di ‘estetica’) del sacro nelle relazioni tra persone?

In che senso, quando ci accostiamo al mistero dell’altro, e cerchiamo di comprenderne l’esperienza soggettiva, la quale resta pur tuttavia insondabile, ci avviciniamo a un territorio che possiamo considerare ’sacro’ ?

Queste domande nascono d’un lato dall’esperienza delle relazioni umane che sentiamo più autentiche (e, anche, dall’esperienza dell’incontro con l’altro che la pratica psicoterapeutica permette), d’altro canto dall’aver osato Gregory Bateson avvicinarsi al concetto di ’sacro’ cercando di mantenersi con rigore entro una prospettiva ’sistemica’ (sottolineo come sia appropriato a questo proposito parlare di prospettiva ’sistemica’, mentre non sarebbe coerente parlare di prospettiva ’scientifica’. Questo perché, come ci ha ricordato von Foerster, il termine stesso ’scienza’ rimanda, nella sua radice etimologica ’sci’, all’operazione del ’scindere’ al fine di ‘oggettivare’: un’operatività che va precisamente nella direzione opposta rispetto ad un’estetica del sacro. Il termine ’sistemica’, al contrario, contiene la radice etimologica ’sun’, coerente ad una logica che operi creando connessioni, considerando insieme, com-putando).

Per aprire il dialogo e la ricerca vorrei ricordare che, nella storia delle religioni. il ’sacro’ si dà quando si incontrano, a volte in modo drammatico, due ‘realtà’ concepite come totalmente differenti: l’una ‘terrena’, l’altra ‘ultraterrena’ (definiamola provvisoriamente così). Un luogo, un oggetto, un momento vengono considerati ’sacri’ (e contrapposti ai luoghi, agli oggetti, ai momenti normali o quotidiani, considerati invece ‘profani’) quando sono epifania del divino nel contingente.

Il luogo ’sacro’ ad esempio è il luogo in cui Dio si manifesta, è presente, appare, abita; un oggetto è sacro quando in esso si manifesta il trascendente, o l’Assoluto, ecc. Insomma: è ’sacro’ ciò in cui (misteriosamente) si manifesta o è presente ciò che sta al di là, è trascendente, assoluto, eterno, immutabile, invisibile, ‘altro’… (naturalmente su questi temi sarebbero utili i contributi di chi ne sa di più e ha letto e studiato Rudolph Otto, Mircea Eliade, ecc…).

Mi chiedo quindi: da un punto di vista cibernetico, è possibile affermare che l’incontro con l’altro può racchiudere momenti in cui si manifesta qualcosa che sta ‘al di là’ ?

 

Marco Bianciardi

 

5 Risposte a “L’estetica del sacro nelle relazioni tra uomini”

  1. boris zobel detto

    per arricchire la discussione (la domanda) vi proporrei di ri/sentire (ci sono i podcast) le 4 puntate di uomini e profeti (radio3) dal 10 marzo ad aprile intitolate “difendere dio” (dall’idolatria) con Moni Ovadia e alcuni suoi maestri/ospti di varie “religioni”… ci sono cose molto interessanti e, perché no, divertenti.
    altro ambito interessante è la quantistica, la ricerca della teoria unificata, in particolare l’”ordine implicato” di Bohm (raccontato da Briggs e Peat in L’universo oltre lo specchio, red, Como, 1998). Su tutto ciò a me piacerebbe – ma è di nuovo troppo tardi per quest’anno – organizzare un seminario in un bosco (o vicino) su questi temi: forse il prossimo anno (quello della mia pensione, spero) ci riusciremo.
    ciao ciao
    boris

  2. Giuseppe Trautteur detto

    Si tratta della coscienza, nel senso di consapevolezza, dell’altro. Il sacro di Otto, ecc., come pure la meccanica quantistica, probabilmente sono false piste del tipo *obscurum per obscurius*. L’abisso della consapevolezza è l’origine, probabilmente, e non la conseguenza di tutte le altre oscurità e più grattiamo il sistema nervoso umano in termini colloquiali di terza persona, più la prima persona recede nel taumazein pur restando la datità prima per ciascuno di noi. D’altra parte la materia non è che sia più limpida. Cerchiamo di tenere la testa salda e senza illusioni.

  3. Mauro Piccinin detto

    Il tema è affascinante e sta prendendo strade ancor più interessanti. Ma, mi domando: in che modo il mistero, la percezione del ’sacro’, la meraviglia, stanno nel riconoscere l’insondabile che risiede nell’ “altro da me” e, nello stesso istante, in “me”, contemporaneamente alla percezione che qualcosa ci unisce e al tempo stesso ci trascende?
    La ‘primula sulla proda del fiume’ è bella perché ci rendiamo conto che la combinazione di differenze di cui consta il suo aspetto avrebbe potuto attuarsi soltanto mediante un’elaborazione d’informazione, cioè mediante il pensiero. Riconoscere un’altra mente entro la nostra stessa mente esterna” (Bateson G. Forma, sostanza e differenza)

  4. giusy de Milato detto

    Il sacro così ben spiegato, partendo dalle radici etimologiche …rappresenta quanto basta per approcciarsi alla diversità. E vedere un po’ cosa succede, sperimentando.Mi riferisco al rapporto con l’altro, che pur simile a me si scopre via via nelle differenze. Praticare e “masticare” il sacro, l’insondabile, nella relazione con l’altro puo’ portare a scoperte inimmaginabili. Come una maggiore consapevolezza della propria identità accompagnata ad una piacevole e divertente curiosità mentre si assapora il mondo altro…Per me gli stessi conflitti, che quasi sempre nascono dalla non conoscenza dell’altrui mondo, possono assumere un altro senso-oserei dire piu’ rassicurante- stando al di qua di quella linea gialla che mi distingue dall’altro e nello stesso tempo mi avvicina….o mi spaventa …o mi attira…
    giusy de milato

  5. ripensarebateson detto

    ringrazio sinceramente il prof. Tratteur per essere intervenuto: credo che la meccanica quantistica sia una falsa pista perchè si occupa pur sempre della materia, ovvero di ciò che Bateson definiva Pleroma; un confronto con le teorie del sacro nella storia delle religioni, invece, ritengo possa essere utile come possibile stimolo alla riflessione.
    Ma vorrei approfondire l’idea che l’abisso della consapevolezza sia origine di ogni oscurità. Personalmente credo che la consapevolezza emerga quando la storia dell’evoluzione fa sì che un organismo sia dotato della potenzialità di operare una distinzione di second’ordine (di distinguere sè come soggetto del distinguere, ovvero di distinguere la distinzione tra sè e il mondo esterno come differente da ogni altra distinzione, e quindi di distinguere l’organismo stesso dall’ambiente entro cui, nel vivere e per vivere, egli opera distinzioni). Tale distinzione di second’ordine, però, comporta una cecità originaria, si pone come punto cieco: si tratta, ad esempio, della cecità all’esser parte dei sistemi ecologici, del misconoscimento dell’ appartenere ad una mente più ampia, ecc.
    è in questo senso che la consapevolezza può essere considerata origine di ogni oscurità ? Ed il sacro e l’arte non si porrebbero proprio come tentativi (pur sempre impossibili) di non tener del tutto separati il porsi come distinti (in quanto soggetti consapevoli) e il sentimento dell’appartenere ai sistemi ecologici ?
    marco bianciardi

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